E’ sabato 12 settembre, all’Armando Picchi di Livorno le squadre stanno ultimando le ultime fasi del riscaldamento. Alessandro Nesta compie l’oramai consueto gesto di sistemarsi i capelli dietro le orecchie, e dopo…un lungo sospiro. Il Milan di ieri è l’istantanea di quel sospiro. In una parola: sfasato, abulico, inconcludente. In una frase: “Ma chi ce lo fa fare”.
Primo “tempo” fuori dal “tempo”: non una manovra assistita da cognizione di causa o uno schema degno di tale definizione, ma soprattutto un modulo da decrittare. Un 4-3-3 o un 4-5-1 questo è il dilemma: neanche si è capito tanta era la confusione messa in campo. Lo show è tutto del Livorno e del jolly da fantacalcio Candreva, che scaglia fulmini a ciel sereno ai quali replica un ottimo Storari.
L’urlo del gol toscano è solo strozzato quando da corner un liberissimo Lucarelli di testa, come impietosito, commette una gaffe da oratorio mettendo fuori. Con le corsie esterne rossonere solite assenti ingiustificate, ci pensa Pato a offrire il primo brivido rossonero con un tiro sull’esterno della rete su suggerimento di Seedorf. Intanto Huntelaar scalda le mani a De Lucia con una girata di testa. Poi più niente: notte fonda e cala il sipario sul primo tempo.
L’apertura della seconda frazione di gioco è perpetuamente scialba, da lancio di pomodoro teatro quarta serie. L’ingresso di Inzaghi per Huntelaar, e Pirlo per un’impalpabile Ronaldinho da “Chi l’ha visto?” sortisce un effetto positivo. Il diavolo alza la testa e comincia a macinare gioco. Un tenace Flamini ci prova in tutti i modi, e su un suo tiro-cross Inzaghi arriva con un attimo di ritardo: uno di quegli attimi che vale una vita, uno di quegli attimi che vale un gol. La più limpida palla-gol la confeziona uno scatenato Pirlo, senza dubbio MVP, su punizione dal limite: il rumore della traversa ancora riecheggia nelle menti milaniste e sa di vittoria sfuggita.
Diranno che Leonardo ha poca esperienza e che interpreta il ruolo di “Yes-man” presidenziale. C’è però da chiedersi quanta esperienza abbia cumulato il buon Ciro Ferrara nelle ultime tre giornate dello scorso campionato, e se proprio nessuno di noi avrebbe puntato un euro su un ritorno di fiamma di Ronaldinho (per esigenza più che libera scelta): un tizio che nemmeno cinque anni fa ha svezzato Messi.
La realtà deprimente cui il Milan è soggetto andrebbe ricercata nelle limitazioni della propria rosa che, ostinatamente, il suo presidente ritiene al livello dell’Inter. A tal proposito si potrebbe sconfessare questa tesi con due semplici esempi: correva sabato 12 settembre qualche ora dopo il match disputato dal Milan, in Lazio-Juve si rompe Diego (il più talentuoso dei ventidue in campo) ed entra un certo Giovinco. Arriverà un giorno in cui Pato non sarà in grado di giocare una partita, e chi potrà sostituirlo degnamente? Vuoto assoluto!.
Andiamo ad analizzare ora la vexata questio delle corsie esterne. Una volta attestato che Zambotta non rende le garanzie di una volta, si è provato a rilanciare un Oddo già impacchettato che alloggiava a Milanello solo in affitto attesa destinazione. Poi la pazza idea: risuscitiamo il Kaladze terzino. E dopo una funesta Italia-Georgia: no ma stavamo scherzando, si riprova con Jankulovski. E perché non un Gareth Bale a quindici milioni? Troppo inesperto o solo troppo costoso? Non vogliamo certo giocare a Monopoli ma una ritoccata alla rosa, a fronte dei lauti compensi derivati dalle cessioni, ci poteva anche stare.
Magari qualche Under 23, e badate che non è una mia idea. Bando alle ciance siamo alla terza giornata di campionato, morale della favola : nulla è ancora deciso, ma la Juve e l’Inter mettono i brividi mentre il Milan già rincorre col fiatone. Martedì c’è la Champions. Storia a parte: il Milan a “casa sua” vuole ancora una volta dimostrare di sedere a capotavola.
a cura di Domenico Maione
tratto da http://domenicomaione.blogspot.com/2009/09/editoriale-mal-di-milan.html

Davvero bellissimo questo editoriale: si esplica in maniera efficiente, caustica e anche simpatica. Solo che non ho mai sentito questo Domenico Maione. Ma per quale testata lavora?